Il rischio di povertà per i pensionati del futuro

La grave situazione economica di una grossa fetta dei pensionati di oggi è purtroppo un dato di fatto agli occhi di tutti (o almeno di tutti coloro che vogliono ammetterlo, e che hanno a cuore il problema). La povertà dei pensionati è però destinata a peggiorare ulteriormente in futuro, soprattutto per quanto riguarda i giovani (e meno giovani) che oggi si trovano più o meno occupati con lavori precari.

Non lo diciamo noi, ma lo afferma la ben più autorevole Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nello studio “Pensions at a Glance“, nel quale l’ente internazionale ha affermato che dal 2021 nel nostro Paese nessuno potrà più andare in pensione prima di aver compiuto 67 anni, limite che potrebbe essere però ulteriormente superato negli anni successivi. Se l’aumento dell’età della pensione può rappresentare un risparmio per le casse dello Stato, è pur vero che in futuro saranno molti di più gli anziani indigenti, che graveranno quindi in parte anche sui servizi statali di assistenza. Il sistema contributivo attualmente in vigore poi finirà per penalizzare tutti coloro che non hanno un lavoro continuativo e quindi precari, ma anche professionisti e coloro che lavorano ad intermittenza. Attenzione: non si tratta solo di pochi giovani, ma di una fetta della popolazione in attività sempre più larga, la cui fascia di età si estende sempre più, arrivando ad interessare anche moltissimi adulti e persone ormai prossime all’età per la pensione.
Riassumendo: la coperta è troppo corta e non basterà per tutti, ma non avevamo certo bisogno di un autorevole studio Ocse per capirlo! Se aggiungiamo poi che i tagli necessari a far quadrare il bilancio statale vengono sempre fatti ai danni delle pensioni, è facile immaginare come questo campo sarà sempre di più terreno di scontro sociale.

L’unica soluzione possibile alla riduzione delle pensioni ha il sapore della beffa: dovremmo sottoscrivere pensioni integrative per veder garantita una vita dignitosa una volta raggiunta la pensione. L’uovo di Colombo, se non fosse che la maggior parte dei lavoratori precari o comunque non a “tempo indeterminato” ha un’altra sfida da affrontare: garantirsi il futuro prossimo, che per molti ha la breve distanza del domani.

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